Chi legge "esamini tutto, ma ritenga solo ciò che è giusto".

La mente non è un vessillo da riempire, ma un fuoco da accendere.

giovedì 25 agosto 2016

La sapienza è nascosta profondamente nella materia

Il mio Io, una volta liberato dalle scorie del fuoco e lavato dall'acqua, diviene volontà pura guidata da retto e libero pensiero.

L'uomo è al tramonto della sua esistenza, eppure, nella profondità del suo essere, alberga un raggio di luce che è Dio in diffusione, proprio come un raggio di luce fisica è il Sole in radiazione. Quel raggio di luce è il suo spirito destinato a ritornare a Dio, centro dell'Essere.


lunedì 9 maggio 2016

Il massone elettrico





Volete essere figli della luce, ma non rinunciate ad essere figli del mondo. Dovreste credere alla penitenza, ma voi credete alla felicità dei tempi nuovi. Dovreste parlare della Grazia, ma voi preferite parlare del progresso umano. Dovreste annunciare Dio, ma preferite predicare l’uomo e l’umanità. Portare il nome di Cristo, ma sarebbe più giusto se portaste il nome di Pilato. Siete la grande corruzione, perché state nel mezzo. Volete stare nel mezzo tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e marciate col mondo. Io vi dico: fareste meglio ad andarvene col mondo ed abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo. Sant Atanasio

I massoni buoni costruirono le Cattedrali e con esse tutto un bagaglio dottrinale che univa Atlantide, Egitto, Ebraismo, Grecia e Gesù Cristo. Volevano elevare le anime verso la conoscenza di Dio attraverso la frequentazione-frequenza a questi specialissimi spinotti stellari. I massoni cattivi, che ci dominano da 250anni a questa parte, vogliono impedire a tutti noi (che stiamo sulla riva opposta del fiume della Vita) il collegamento col divino. Il cambiamento da buoni a cattivi è ancora avvolto dal mistero. L’inversione di segno, comunque, ci fu eccome. Se prima edificavano, oggi distruggono.
Chi sono i massoni attuali? Intanto, senza andare troppo indietro nel tempo, posso iniziare col dirvi che sono quelli che hanno ideato il programma culturale dell’UNESCO, secondo il quale è necessario demolire le tradizioni di tutti i popoli, mediante i Media e la Scuola. La televisione, la radio, lo stesso internet, sono in buona parte guidati da stregoni, la cui funzione è quella di raccontare qualsiasi storia che sostenga l’idea che la sopravvivenza del più forte sulla faccia di questo pianeta sia cosa buona e giusta. Un protocollo di darwinismo sociale compare senza veli sul programma di questi benefattori. Loro sono il Male, in senso teologico, e ne vanno fieri. Si dicono degni discendenti di Caino e il loro Dio si chiama Devil, come lo definivano i loro predecessori boemi e “diavolo” in inglese. Sulle storie della Massoneria, troviamo scritto che dio è GAU, grande architetto dell’universo, ma il significato è sempre lo stesso. Ogni dirigente dell’Onu sa questo e farebbe carte false per entrare nella Joy Division dell’élite globale. Le continue revisioni storiche, le esegesi riduzioniste della religione, i vaccini obbligatori, gli insetticidi e le semenze della Monsanto, diventano armi strategiche per uccidere i popoli, a fuoco lento ma inesorabile. Ci sono guerre non combattute ma che mietono milioni di vittime.
Ma torniamo ai massoni belli, puliti ma cattivi.
Tengo a dirvi che tale ricostruzione storica è alternativa a quelle in uso, e vista da un’ottica diversa. Ho scoperto il loro metodo, secondo il quale ciò che deve rimaner segreto è messo bene in evidenza, basta cambiargli il nome e la collocazione. Non c’è quindi bisogno di codici, parole d’ordine, segni e strette di mano, è tutta una questione di legenda, quelle che si trovano sulle mappe e sulle cartine geografiche: inverti simboli e significati e il gioco è fatto.
Vi dò una dritta. Parto dall’UNESCO, e vediamo da vicino l’autore del programma, Julian Huxley. Obiettivo finale è il controllo di ciò che entra nella testa della gente. Siamo nel campo degli effetti senza causa misurabile. Sempre via Huxley, passando però per un'altra strada arriviamo alla stregoneria, poi all’evoluzionismo, anzi al darwinismo che si applica alle specie animali. Perché bisogna passare sempre per Huxley e non si sceglie invece un’altra teoria? Semplice: perché la teoria di Huxley, per sballata che sia, è il principio ispiratore dell’UNESCO/UNISCO, e ce la ritroviamo dappertutto.
L’evoluzionismo nelle parole dello scienziato si applica a tutto, dal mondo minerale a quello animale, sociale e, naturalmente, a quello morale. Facendo un passo indietro verso le origini dell’ideologia, incontriamo Thomas Henry Huxley, nonno di Julian e il portavoce di Carlo Darwin, e anche lui come il nipotino, lo incontriamo a cavallo tra la biologia e la morale. Nonno e nipote, in pratica dicono che Dio non esiste, inferno e paradiso sono favolette per comari, clericali e gente ignorante, non ci sono né castigo né ricompensa, pertanto è bene comportarsi da libertino, affrancato da bibbie e dal peso del passato.
Lord Richie-Calder mi dà informazioni utili per scoprire un altro ramo importante, quello che collega i Mercanti di Luce (i massoni deviati) con l’ONU e che fa capo alla città di Edimburgo in Scozia, una regione storicamente fuori dall’influenza di Roma. La divinità era Odino, che è per legge ancora venerato in Groenlandia; dal dio il nome Edimburgo, città di Edim.
Lord Richie-Calder, che è umanista dalla prima ora è stato direttore dell’Università della città di Odino e oggi è l’unica che offre una facoltà di Parapsicologia (versione moderna e mascherata della wicca, la stregoneria inglese), finanziata da un lascito dello scrittore sostenitore della parapsicologia, Arthur Koestler, ed è la sola università ad aver prodotto un test doppio-cieco sull’omeopatia di cui sono a conoscenza, con risultati positivi. Nel mondo anglosassone le università non sono libere, come era da noi fino al ’68, ma si viene scelti, ossia selezionati. Che Edimburgo oggi abbia un’importanza tutta speciale lo fa capire lo stesso Lord, quando ci informa che ben sei tra i soci della società Lunare di Birmingham (che si facevano chiamare Mercanti di Luce) alla fine del Settecento venivano da quella Università. C’era una università ad Edimburgo alla fine del Settecento? Ma quando, la notizia è un falso mandato in giro il 1982, a cosa serve? Oggi stanno presentando a se stessi, in modo semi-segreto, la loro storia. E come mai la società Lunare, che poi sarebbe diventata la Royal Society (in seguito anche solo R.S.), arbitra di tutto, stava a Birmingham? Perché la sede della R.S. a quell’epoca doveva ancora essere costruita a Londra. Avrebbero provveduti gli italiani.
Per quel ramo dell’albero che ci porta dall’Università di Edimburgo fino all’ONU seguiamo la storia che oggi è ufficiale, ed è contenuta in un articolo di Lord Richie-Calder che è stato uno dei pezzi grossi all’Organizzazione delle Nazioni Unite ed è tra i fondatori dell’American Humanist Association (quando leggete “umanista” si intende “disumano”).
A Richie-Calder dobbiamo la descrizione del circolo dei Lunari che si riunivano nelle notti di Luna piena (sì, proprio così), che non erano mai più di 14 elementi, e che vivevano a Birmingham, e di cui 6 membri si erano laureati all’Università di Edimburgo. Bisogna fidarsi delle parole di Richie-Calder perché il circolo dei Lunari non lo trovate negli almanacchi o negli elenchi ufficiali delle sette e dei movimenti spiritualisti.
Il circolo di Birmingham serve per dare una paternità alla Royal Society (cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/royal-society/) che iniziò a funzionare nell’Ottocento. Di che cosa si occupassero quei pensatori prima della Royal Society abbiamo i resoconti postumi dei primi storici della scienza, fra tutti il Figuer, noto divulgatore. Nella Storia dell’Elettricità (1884) Figuer ha dedicato 130 pagine al Parafulmine e 180 alla Pila di Volta su un totale di circa 1000 pagine. Il libro dotato di bellissime illustrazioni (lo dico da bibliofilo) reca il Quadrato Magico a pagina 93 e dedica uno spazio tutto speciale al più importante degli effetti-a-distanza: il campo elettromagnetico che ricordava molto la levitazione.
Alla fine dell’Ottocento, lo scopritore di questo effetto non era inglese, era Oersted. Oggi è Faraday.
La scoperta dei vantaggi dell’alta tensione è avvenuta poco prima che Figuer terminasse il lavoro, ed è interessante leggere come quella scoperta fu accolta, stesso entusiasmo ebbe la radioattività, scoperta dieci anni dopo, quando la parola “apocalisse” non era ancora citata nei dizionari enciclopedici. E l’effetto biologico dell’alta tensione (l’effetto Escorial) chissà quando l’hanno scoperto. Certamente prima che fosse enunciato sui libri scolastici e le enciclopedie.
È più esatto chiamare alchimisti (neri, ma pur sempre capaci di mirabilie) che scienziati quei primi sperimentatori, perché i veri scopi delle loro ricerche si deducono dalla letteratura contemporanea. Benjamin Franklin è un “inventore” famoso nelle storie di entrambi i versanti dell’Atlantico, e difatti era membro del Circolo dei Lunari di Birmingham, perché ha inventato il parafulmine (ma Re Porsenna lo aveva anticipato millenni prima, con la doppia funzione di spada-laser). Prima di Volta, che inventò la pila elettrica, avevano immaginato di catturare l’elettricità dei fulmini per applicazioni tipo quella del dottor Frankenstein, descritto nel romanzo di Mary Shelley (1817), per fabbricare il superuomo. Anche questo filone deprimente percorre tutta la storia, a partire dall’origine mitologica che si dettero nell’Ottocento (da Prometeo al Pinocchio protetto da Iside turchina, del massone Collodi) ma soprattutto a partire dall’origine documentabile, che conduce ad un altro darwinista ad oltranza, Galton, che gettò le basi dell’eugenetica (tanto cara ad Hitler e a certi europeisti democratici dell’ultima ora), sostenendo che la razza umana sia suscettibile di progresso come qualsiasi razza di animali da allevamento.
Oggi Galton, Haeckel e T. Huxley appaiono come compari imbroglioni piuttosto che come scienziati. Galton, parente di Darwin, fu fatto baronetto (come Elton John e i Beatles) per meriti scientifici dieci anni dopo che le sue teorie erano state screditate. Haeckel per sostenere le teorie genetiche del miglioramento razziale inventò numerosi falsi tra i quali, notissimo, l’albero genealogico dei cavalli fossili che ancora oggi viene usato, ma è una “bufala” perché i disegni di quei fossili sono stati messi ad arte in ordine di evoluzione. Era il periodo in cui cercavano e trovavano crani di Pitecantropi, e pubblicavano che “forse gli ottentotti non hanno nemmeno il pensiero”.
Haeckel credette di scoprire che l’essere vivente elementare era il “protoplasma” libero che si trova sul fondo del mare, sviluppò la politica eugenetica del nazismo al punto che in pochi anni furono castrati sette milioni di persone (Taylor), e si sa che Rudolf Hess e Hitler andavano alle sue conferenze. Il nazismo ha molti padri. Per iniziativa di T. Huxley il protoplasma di Haeckel ricevette pubblicità mondiale e fu chiamato Bathybius haeckeli. Ebbe vita propria soprattutto tra i sociologi, finché si diffuse la voce che quel protoplasma è una poltiglia qualsiasi del fondo del mare. Hitler contava sul potere mentale concentrato del popolo germanico, che avrebbe anche dovuto proteggere i soldati dal gelo in Russia, ossia era anche lui un adepto della biologia formativa, che è un nome pulito per la stregoneria. Quanto a Hess rimane enigmatico perché sia volato in Scozia a guerra iniziata. La prigionia sino alla morte e l’isolamento nella prigione militare di Spandau, indicano che si trattava di motivi seri, a monte della guerra.
Alla Scozia ed ai Mercanti di Luce si collega la Massoneria moderna. La P2, il ramo massonico italiano noto come Propaganda Due, sta sull’albero giusto, quello di Edimburgo. Ho ancora forte il sospetto che l’elenco del suo cerchio interno, quello più importante sul piano occulto, non sia mai stato trovato, per il semplice e banale motivo che non è stato mai stilato. Le cose segrete e delicate non si nascondono in cassaforte, ma negli oscuri meandri della memoria degli attori principali. Qualcuno di questi è ancora vivo e vegeto, sta nella stanza dei bottoni e non si è mai mosso da lì.
La Massoneria è stata tenuta nell’ombra in Italia, permettendole così grandi spazi di manovra, fino a quando Papa Leone XIII° con una bolla del 1894 tentò di metterla fuori gioco e intimò i cattolici di starne alla larga. Ma tant’è. La puzza massonica si fa sentire ovunque, soprattutto dove non t’aspetti. Rotary e Lions svolgono bene i compiti di reclutamento e smistamento, e sebbene essere iscritto alla Massoneria e al tempo stesso svolgere compiti istituzionali sia incompatibile per l’attuale legislazione, ma nessuno più ci fa caso, perché? Ovvio, chi deve controllare è massone.
Negli Stati Uniti invece la Massoneria ha avuto il massimo sviluppo in pubblico, e ad essa è dedicata la strada più importante di San Francisco e Washington è costruita secondo numeri, misure e simboli massonici. Obama forse non sa (meschinetto) che negli USA la magia da distruggere è quella dei Nativi americani, oppure dei latinos, mentre in Italia è quella degli italiani, da qui la differenza. Da noi stanno saltando fuori adesso. La stessa produzione agricola nostrana è penalizzata al massimo dalle politiche europee non solo per far ingrassare le industrie straniere, ma soprattutto per uccidere una parte considerevole della nostra coltura-cultura. Così come il compito di Piero Angela è quello di liquidare la magia de noantri, sostituendola con l’evoluzionismo bio-sociale. Niente è lasciato al caso.
I massoni fanno risalire le origini della Massoneria all’antico Egitto e condividono con la corte inglese e quella dei Savoia il culto dell’egittologia. In alcune notti, al British Museum a Londra, si riuniscono i soliti buontemponi col grembiulino per tributare alle Enneadi il culto dovuto e propiziarsi le energie ctonie utili per promuovere stati nascenti. Non crediate che si tratti di vecchi bacucchi che credono alle favole. I riti se continuati, celebrati con fede e messe in opera determinate forze, funzionano. La trovata di Champollion, che avrebbe decifrato i geroglifici, al seguito di Napoleone Bonaparte, ha consentito a fine Ottocento l’immissione di interi blocchi di papiri, il più importante dei quali è il Papiro di Ebers, un elenco di farmaci e cure che sarebbe stato lo strumento di lavoro degli antichi maghi egizi; l’obiettivo, guarda caso, era quello di prolungare la vita fino a mille anni (il Reich eterno hitleriano). Champollion entra nella sfera d’influenza del punto-di-vista mondialista, quello degli umanisti, moderni stregoni e infatti la sua stele di decifrazione è quella di Rosetta. La rosa dei venti indica l’Oriente, e sovrapposta alla croce quadrata, è un simbolo dei Celti, razza superiore a quella latina secondo Galton, Haeckel, Hitler, Huxley e, naturalmente, ai Rosacroce fittizi che trovate sul web.
Sul significato della parola  “massoneria” consultate  http://www.treccani.it/enciclopedia/massoneria/
Ricordatevi però che la Treccani è, sì, la migliore enciclopedia del mondo, ma fu fondata sempre dai massoni.
Fare la massa del pane, della pasta, plasmare il magma, to make, son tutte parole collegate alla massoneria. Perfino la chiesa principale di Spa, in Belgio, è connessa alla parola “magia”: vi si venera San Remakle. Chiaro, no? Ma massoneria non vuol dire magia. Vuol dire stregoneria. La magia usa la forza del vivente e della Natura, mentre la stregoneria manipola le energie del sottomondo, il basso astrale, mischiate all’energia psichica che anima i sogni e le pulsioni sessuali.
La Massoneria non ha più bisogno di nascondersi. Tutto avviene alla luce del Sole, anzi, della Luna. Leggetevi, se soffrite di insonnia, i programmi UE, ascoltate i sermoncini di Bergoglio, Mattarella, Renzi, Giannini, Juncker, Obama, Boldrini, Scalfari, Monti e cento altri, tra attori, filosofi, psicanalisti, comici, cantanti, giornalisti in ordine sparso. Tutti convergono sulla tesi di fondo massonica: pensiero unico laicista, cosmopolitismo, multiculturalismo, religiosità fluida. In pratica, ogni pulsione dell’Io è legittima. Ciò non vuol dire che siano massoni o fiancheggiatori, non ha alcuna importanza l’iniziazione in questi casi. Sono sufficienti quelle energie basse convogliate nell’etere, ma anche negli spot film canzoni, dai contenuti nemmeno più criptici, per condizionare il subconscio, la spugna insozzata che tutto aspira e nulla di buono ispira. Ipnosi di massa.
La Massoneria ha già conseguito una vittoria, sudata, sì, ma netta: la dissoluzione delle nazionalità. L’unificazione dei localismi in un singolo insieme d’esperienza, coscienza, e scopi è il prerequisito necessario per ulteriori maggiori progressi nell’evoluzione umana. Di conseguenza non sarà sufficiente l’unificazione politica sotto qualche tipo di governo mondiale per raggiungere questo risultato. L’unificazione delle cose della mente è decisiva, in più può spianare la strada per altri tipi di unificazione. Bisogna perciò distruggere anche la famiglia naturale, secondo gli stregoni, attraverso un nuovo sistema educativo scolastico. Si devono far saltare gli ancoraggi tradizionali ritenuti infettivi per il bambino. La flessibilità (leggi: precarietà) del lavoro, imporrà ai genitori di cambiare paese città nazione, così verranno meno i punti di riferimento per i figli. Il multiculturalismo è la testa d’Ariete per distruggere il senso d’appartenenza, l’identità religiosa, la comunità di destino di un popolo.
Ciò che è agghiacciante, però, non sono soltanto i piani aberranti di tale ente sovranazionale negromante, è la passività mista a viltà dei popoli, che vedono morire la Civiltà, senza resistere, senza combattere; che perdono la fede; che rinnegano l’origine divina. La peggior fine di un mondo? La morte della sua anima.

Nascemmo pieni a densità infinita e oggi, vuoti a perdere.


domenica 8 maggio 2016

IL DISCORSO DI RATISBONA FU PROFETICO





Ripropongo il discorso che Benedetto XVI° fece il 12 settembre 2006 nell'Aula magna dell'Università di Regensburg in cui l'allora Pontefice parlò anche dell'islam e della jihad. Ma oggi, sul sacro soglio di Pietro c’è il papa socialista e multiculturalista (per Bergoglio, Dio non è cattolico) per cui l’allarme di Ratzinger cade miseramente nel vuoto.
***

Eminenze, Magnificenze, Eccellenze,
Illustri Signori, gentili Signore!
È per me un momento emozionante trovarmi ancora una volta nell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all'università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile un’esperienza di universitas – una cosa a cui anche Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa – l’esperienza, cioè del fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue.[1] Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano.[2] Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano.  Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.
Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava".[3] L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…"[4]
L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.[5] L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza.[6] In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.[7]
A questo puntosi apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il λόγος". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce „σὺν λόγω”, con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco.
In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo "Io sono", il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso.[8] Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Antico Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sarebbero soltanto opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo.[9] Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.
Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine, nei suoi successivi sviluppi, portò all'affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazm e potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui – come dice il Concilio Lateranense IV nel 1215 –certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio. Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l'amore, come dice Paolo, "sorpassa" la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del Dio-Logos, per cui il culto cristiano è, come dice ancora Paolo „λογικη λατρεία“ – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).[10]
Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.
Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente  purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della deellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della deellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.[11]
La deellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.
La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della deellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento[12] e non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di deellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di Harnack è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento, nella sua visione, sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell'università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme dell'università. Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico.
Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercavano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.
Tornerò ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina "scientifica", del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: se la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" intesa in questo modo e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.
Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della deellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.
Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è – Lei l’ha accennato, Magnifico Rettore – volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.
Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno".[13] L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università.

[1] Dei complessivamente 26 colloqui (διάλεξις– Khoury traduce: controversia) del dialogo („Entretien“), Th. Khoury ha pubblicato la 7 ma „controversia“ con delle note e un'ampia introduzione sull'origine del testo, sulla tradizione manoscritta e sulla struttura del dialogo, insieme con brevi riassunti delle „controversie“ non edite; al testo greco è unita una traduzione francese: Manuel II Paléologue, Entretiens avec un Musulman. 7 e Controverse. Sources chrétiennes n. 115, Parigi 1966. Nel frattempo, Karl Förstel ha pubblicato nel Corpus Islamico-Christianum (Series Graeca. Redazione A. Th. Khoury – R. Glei) un'edizione commentata greco-tedesca del testo: Manuel II. Palaiologus, Dialoge mit einem Muslim, 3 volumi, Würzburg – Altenberge 1993 – 1996. Già nel 1966, E. Trapp aveva pubblicato il testo greco con una introduzione come vol. II dei „Wiener byzantinische Studien“. Citerò in seguito secondo Khoury.
[2] Sull'origine e sulla redazione del dialogo cfr Khoury pp. 22-29; ampi commenti a questo riguardo anche nelle edizioni di Förstel e Trapp.
[3] Controversia VII 2c: Khoury, pp. 142-143; Förstel, vol. I, VII. Dialog 1.5, pp. 240-241. Questa citazione, nel mondo musulmano, è stata presa purtroppo come espressione  della mia posizione personale, suscitando così una comprensibile indignazione. Spero che il lettore del mio testo possa capire immediatamente che questa frase non esprime la mia valutazione personale di fronte al Corano, verso il quale ho il rispetto che è dovuto al libro sacro di una grande religione. Citando il testo dell'imperatore Manuele II intendevo unicamente evidenziare il rapporto essenziale tra fede e ragione. In questo punto sono d'accordo con Manuele II, senza però far mia la sua polemica.
[4] Controversia VII 3b – c: Khoury, pp. 144-145; Förstel Bd. I, VII. Dialog 1.6  pp. 240-243.
[5] Solamente per questa affermazione ho citato il dialogo tra Manuele e il suo interlocutore persiano. È in quest'affermazione che emerge il tema delle mie successive riflessioni. 
[6] Cfr Khoury, op. cit.,  p. 144, nota 1.
[7] R. Arnaldez, Grammaire et théologie chez Ibn Hazm de Cordoue. Parigi 1956 p. 13; cfr Khoury p. 144. Il fatto che nella teologia del tardo Medioevo esistano posizioni paragonabili apparirà nell'ulteriore sviluppo del mio discorso.
[8] Per l'interpretazione ampiamente discussa dell'episodio del roveto ardente vorrei rimandare al mio libro "Einführung in das Christentum" (Monaco 1968), pp. 84-102. Penso che le mie affermazioni in quel libro, nonostante l'ulteriore sviluppo della discussione, restino tuttora valide.
[9] Cfr. A. Schenker, L’Écriture sainte subsiste en plusieurs formes canoniques simultanées, in: L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa. Atti del Simposio promosso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Città del Vaticano 2001, p. 178-186.
[10] Su questo argomento mi sono espresso più dettagliatamente nel mio libro "Der Geist der Liturgie. Eine Einführung", Friburgo 2000, pp. 38-42.
[11] Della vasta letteratura sul tema della deellenizzazione vorrei menzionare innanzitutto: A Grillmeier, Hellenisierung – Judaisierung des Christentums als Deuteprinzipien der Geschichte des kirchlichen Dogmas, in: Id., Mit ihm und in ihm. Christologische Forschungen und Perspektiven. Freiburg 1975 pp. 423-488.
[12] Nuovamente pubblicata e commentata da Heino Sonnemanns: Joseph Ratzinger – Benedikt XVI., Der Gott des Glaubens und der Gott der Philosophen. Ein Beitrag zum Problem der theologia naturalis. Johannes-Verlag Leutesdorf, 2. ergänzte Auflage 2005.
[13] 90 c-d. Per questo testo cfr anche R. Guardini, Der Tod des Sokrates. Mainz-Paderborn 1987 5, pp. 218-221.